La pallacanestro era la mia vita. Ho iniziato tardi, a 15 anni, e non avevo una squadra dove giocare con ragazzi della mia età, così finii a giocare in una squadra di adulti, di 20-30enni e più. Ora, giocare era un parolone. Mi andavo ad allenare 3 volte la settimana la sera all’ora di cena in una palestra in periferia (a Riglione). Non mancavo mai ad un allenamento. Ma ero proprio scarso, padroneggiavo male i fondamentali, facevo raramente canestro e la domenica, quando giocavamo ai Passi nel campo all’aperto costruito grazie alla volontà dei fratelli Tognoni, entravo raramente in campo se vincevano di tanto o perdevamo di tanto.

Quando arrivai ai 18 anni quella squadra smise di esistere ed allora ne fondai una io: la Torre Pendente Basket. Chiamai un po’ dei ragazzi con cui avevo giocato negli anni precedenti, qualcuno che conoscevo e sapevo che giocava. Riuscii a convincere Radio Ulisse a sponsorizzarci. Il risultato fu un completo di canottiera gialla con bordi e stelle nere sui fianchi. Siccome mi davo un gran daffare, l’allenatore decise che meritavo di giocare qualche minuto in più. Feci anche qualche canestro, un paio di ganci dal post basso, qualche terzo tempo. Ma il bello fu che vincemmo il campionato di prima divisione. Il giornale locale, La Nazione, il giorno dopo titolò “Radio Ulisse, poveri ma belli vincono il campionato”.

L’anno dopo alla riunione in Comune per l’assegnazione delle palestre incontrai Leo Favilli, presidente della squadra femminile del Basket Pisa. Non ci sarebbe qualcuno nella tua squadra disposto ad allenare la nostra? Così mi proposi io. Feci i miei primi 3 anni da allenatore. Ne ho fatti 25!

Fare l’allenatore di basket diventò, ad un certo punto, il mio mestiere. Mi guadagnavo un po’ di soldi con quello. Abbastanza da essere indipendente dai miei genitori. Ies Pisa, Zetagas Pontedera, Don Bosco Livorno, Sporting Pisa. Ad un certo punto, avevo quasi 30 anni e continuavo a bazzicare anche l’Università, decisi che forse era arrivato il momento di finirla, quella università. Così riuscii a convincere il prof. a cui avevo chiesto la tesi, Paolo Pertici, a mandarmi in Australia dal prof. Bennet. Nell’anno passato laggiù, a Canberra, ben preso trovai anche il basket. Non potevo rimanerne lontano. Dopo qualche telefonata e viaggio nelle palestre della città, incontrai Pat Hunt. Era il responsabile delle nazionali giovanili australiane. Mi stette a sentire e mi disse torna domani. Tornai e mi disse: ho parlato al telefono con Mario Blasone, al tempo il responsabile del settore tecnico giovanile italiano. Ti conosce ed ha detto che sei bravo. Vieni che ti faccio lavorare. Feci un accordo con Bennet: la mattina entravo in laboratorio alle 6, uscivo alle 16 ed andavo in palestra.

Mi sono, alla fine, laureato in Chimica, ho cominciato a lavorare da chimico ed il basket è diventato un hobby. Poi nel 1999 mi sono sposato, dopo due anni è nata mia figlia. La vita del coach, con allenamenti serali dopo il lavoro e le partire nel week end sono diventati incompatibili con la volontà di avere una famiglia ed ho smesso. Da stare 4 ore al giorno in palestra tutti i giorni a zero è avvenuto in un battere di ciglia.

Potete immaginare quale sia stata la conseguenza: sono aumentato di peso fino a sfiorare i 100 kg. Non che sia mai stato magro, ma tutta l’attività che facevo mi teneva sotto controllo.

Sono arrivato a dicembre 2007 che mentre salivo le scale di casa, dopo una rampa avevo il fiatone. Facevo pipì e non vedevo l’arnese. Devevo fare qualcosa. Così per Natale mi sono comprato un paio di Nike Air Pegasus, avevo un iPod nano ed ho comprato il Nike iPod sensor. Il primo gennaio 2008, come buon proposito dell’anno nuovo, ho fatto la mia prima corsa.

Il sistema con il sensore nella scarpa mi ha aiutato molto (oggi non esiste più, sostituito dai sensori nei telefoni o negli smart watch). Mentre ascoltavo la musica, ad intervalli più o meno regolari, una voce mi diceva che avevo corso 1 km, che il mio ritmo era buono, che stavo andando bene. Scaricavo le corse sul sito NikePlus e mi confrontavo con gli altri che usavano lo stesso sistema. C’erano le sfide a distanza, sulla distanza o sul passo tenuto. Mi ha stimolato un sacco (salvo poi scoprire che il sistema barava a mio vantaggio, visto che non avevo mai tarato il pod della mia scarpa).

Ricordo come fosse successo stamani la mia prima corsa. 5 km di quello che con i miei figli chiamiamo il giro dei cavalli. Dopo anni ho scoperto che quel giro in realtà erano solo 3,5 km, quiNdi il mio passo registrato quella volta era un bel po’ falsato.

Il 31 dicembre 2008 leggo sul sito xcorre.it che la mattina successiva, alle 10, ci sarebbe stato un raduno a Pappiana organizzato dal Gruppo Podistico Rossini. Scopro un mondo nuovo ed un gruppo di persone fantastico. Mi iscrivo al G.P. Rossini. A maggio partecipo alla mia prima maratona, la maratona di Pisa con partenza da Pontedera. Dopo meno di un chilometro, complice la tensione legata a quell’esordio che sentivo molto, mi strappo il semimembranoso della coscia sinistra. Continuo a correre per 25 km. Quando arrivo a Calci il dolore è troppo forte e mi ritiro. Mi prende un taxi e mi porta in piazza dei Miracoli. Vado mestamente verso l’arrivo. Sono in piazza Manin, vedo mia moglie ed i miei figli che mi vengono incontro raggianti. Ma hai fatto un gran tempo, mi dice lei. Le avevo detto che ci avrei messo un po’ più di 4 ore ed invece mi vede in piazza dopo 3 ore e mezzo. Le dico che purtroppo non è così. È stata l’ultima volta che è venuta prendermi alla fine di una maratona.

L’esordio nella corsa regina delle corse l’ho fatto l’autunno successivo a Lucca. Ho corso con Luisella per tutto il tempo. Sono arrivato in fondo in 4h, 20 e passa minuti. Lei era contentissima per aver fatto il suo personale, io ero contentissimo per aver finito la mia prima maratona. È stata la prima di 30 corse fino ad ora.

La più bella che abbia corso fino ad ora è stata sicuramente la maratona di Londra nel 2012. Un’emozione dal primo al 42milacentonovantacinquesimo metro, con decine di migliaia di persone lungo il percorso a fare il tifo. Brividi che mi ricordo ancora oggi. Avrei bissato a novembre a New York, ma l’uragano Sandy ci impedì di correre.

Quest’anno vorrei riprovare un’emozione così, per questo ho deciso di andare a correre a New York, anche per prendermi una rivincita nei confronti di ciò che successe 8 anni fa. E anche perché c’è un motivo che non ha a che fare solo con me.

Ricordo che se comprate qualcosa su Amazon tra ciò che metto alla fine di ogni articolo, a me arriverà un piccolo contributo che andrà ad aggiungersi alla mia raccolta fondi.