Avevo già letto lo scorso anno Sapiens, Da animali e dei e ne ero rimasto affascinato.

Harari è uno storico israeliano che la straordinaria capacità di illustrare le cose in modo apparentemente semplice, seguendo una logica ferrea e raffinata. Certo, ci sono momenti in cui, leggendo questo libro, come il precedente, in cui si può non essere d’accordo con l’affermazione dalla quale inizia il ragionamento, ma questo è un gran vantaggio per noi lettori: quello di doverci mettere in discussione per provare a verificare quanto solide siano le nostre convinzioni.

Questo è senza dubbio un libro stimolante, che fornisce una serie di domande su cui concentrarsi quando si pensa alla forma del futuro dell’umanità. Il punto di partenza di Harari è che poiché l’umanità non è più limitata in larga misura dalle maledizioni tradizionali come le carestie, le epidemia e le guerre, allora l’umanità può intraprendere progetti più ambiziosi, come la longevità, o la mortalità, che sarebbero apparse come tentativi di assomigliare a Dio alle generazioni precedenti. D’altra parte, la tecnologia che ha permesso un così grande miglioramento della qualità della vita minaccia anche la specie umana, portando ad un futuro nel quale viene da chiedersi se non siamo destinati ad una disoccupazione di massa a causa dei miglioramenti quantistici dell’intelligenza artificiale e della potenza di calcolo. Ciò potrebbe creare un problema esistenziale per gli umani: se il loro lavoro non è richiesto per l’economia, a cosa servono le persone?

L’autore fa un ottimo lavoro nel descrivere i cambiamenti che la scienza e la tecnologia hanno portato sulla cultura e sulla società. Allo stesso tempo, pone in secondo piano la religione e la filosofia. La tesi dell’autore è che le religioni teiste tradizionali come l’ebraismo, il cristianesimo e l’Islam sono state soppiantate dall’umanesimo. Questo è interessante, ma se non sei un cristiano fondamentalista, filosofie secolari come l’umanesimo o il marxismo non sono religioni. Per Harari, le religioni riguardano l’organizzazione della società, ma ci sono molte altre funzioni non sociali che la religione svolge e che non sono affrontate dalla filosofia politica come il significato trascendente, la natura della divinità e il potenziale accesso al divino. Vede anche strettamente ebraismo, cristianesimo e islam come religioni che cercano risposte nei loro libri sacri (sempre come una caricatura fondamentalista), quando in realtà quelle religioni dipendono fortemente dall’interpretazione e dalle tradizioni, che si sono evolute nel tempo. Immagina solo quanto ti mancheranno le tre fedi abramitiche se guardassi solo al Tannakh (o Antico Testamento), al Nuovo Testamento e al Corano.

Harari sottolinea che l’umanesimo è messo alla prova da scoperte scientifiche che minano la comprensione di base del sé (come esiste un “io” unitario che ha libero arbitrio). E su cosa sia il libero arbitrio e se davvero esista, Harari costruisce un bel capitolo del libro, che mia fatto riflettere più di una notte. In realtà queste credenze sono state sfidate per secoli sia dalla filosofia che dalla religione. Harari ipotizza che la mente sia essa stessa il cervello, con le sue reazioni biochimiche che rendono probabilmente illusorio il mito del libero arbitrio. Questo è stato un problema spinoso nella filosofia per generazioni, perché sapere tutto sui cervelli non ci dà accesso all’esperienza soggettiva di cosa significhi essere un’altra persona. Allo stesso modo respinge l’anima come una finzione, ma poiché l’anima non è un’entità empirica, non può essere smentita dalla scienza empirica.