Provo un senso di affetto nei confronti di Concita De Gregorio, nata il mio stesso anno, e con la quale abbiamo condiviso, senza conoscerci, gli anni del liceo a Livorno.
È il secondo libro suo che leggo. Qui ci sono una serie di lettere scritte a tante persone diverse per ricostruire la storia di Irina a cui, nel 2011, il marito Mathias sottrae le figlie gemelle. Mathias è uno svizzero tedesco, molto preciso, come un orologio si direbbe per usare una banalità, che attacca dappertutto post it con scritto, o forse bisognerebbe dire ordinato, cosa fare ed in che ordine fare. Non ci sta simpatico, anche per quello che ha fatto.
Non si capisce però perché la polizia, le psicologhe, da una delle quali i due andavano per la terapia di coppia prima della separazione, siano ostili nei confronti di questa donna.
Quello che poi mi rimane di questo libro è la mancanza di una parola. C’è una parola per definire coloro che perdono uno o entrambi i genitori, orfano, c’è n’è una quando si perde un coniuge, vedova, ma nella nostra lingua ed in tutte le lingue europee non c’è n’è una per definire chi perde un figlio. C’è invece in ebraico ed in arabo, come se il cristianesimo, nel quale al centro c’è il sacrificio di un figlio, questa condizione fosse stata rimossa.

È una storia vera del 2011.