Ho avuto modo di incrociare la mia strada con Valter Veltroni tanti, tanti anni fa, in occasione della Festa Nazionale dell’Unità che si svolse a Tirrenia. Io ero uno degli animatori della radio, Radio Ulisse, che in quel periodo sarebbe diventata la radio della festa. Non fu uno scontro molto positivo, e da quella occasione decisi che Veltroni mi stava proprio antipatico (non la pensavo proprio così, ma le parolacce non si usano nel mio blog). Poi si chiama quasi come me: lui con la doppia v, io con una v sola.

Poi arrivarono i giorni della fondazione del Partito Democratico e io mi schierai in prima fila contro il vecchio modo di fare politica, così Veltroni mi divenne più simpatico. Finita l’era della politica non ho mai seguito le attività successive e non ho mia letto i libri, i romanzi, che ha scritto, perché secondo me non ci si può improvvisare scrittori, e mi stanno antipatici (in realtà mi stanno dove non si può dire) quelli che trovano tutte le porte aperte senza dover passare dalla gavetta, dalle porte sbattute, ecc.

Poi mi è capitato tra le mani questo libro ed ho provato a vedere l’effetto che fa. Noi, non siamo noi, ma è il cognome della famiglia di cui si raccontano le vicende dai giorni dal ventennio ai giorni nostri. Il libro scorre, tra ricordi di storia vera e ricordi inventati come li raccontano gli scrittori. A me, alla fine, il libro non ha fatto né caldo né freddo, ovvero non riesco a darne un giudizio di bello o brutto. Si è fatto leggere ma non lo consiglierei tra quelli che ho letto questa settimana.